Ricevo e pubblico volentieri. Ringrazio di cuore e... non ho parole.
♥ Se ognuno passasse solo un'ora della vita in un reparto oncologico allora, forse, capirebbe quanto poco basti per essere felici! ♥
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Cerchiamo di non guardarci indietro con rabbia o in avanti con paura, ma intorno con consapevolezza [James Grover Thurber]
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giovedì 2 gennaio 2014
sabato 4 maggio 2013
UNA VISITA AL COTTOLENGO
Ricevo e pubblico volentieri.
I giorni dei ponti di primavera, coincidenti con la festa di san
Giuseppe Cottolengo, hanno spinto molti a riscoprirsi turisti nella propria
città e a visitare una realtà nota, ma non quanto merita, ai torinesi: la
Piccola Casa della Divina Provvidenza. Una città nella città in cui si entra inizialmente con un po’di circospezione pensando di trovarsi attorniati solo da persone devote e contemplative.
Un volontario
laico guida il gruppo, mostrando alcuni dei tanti padiglioni che compongono la
struttura e cedendo spesso la parola ai responsabili dei vari settori:
religiosi di tutte le età, suore energiche in scarpe da ginnastica e sacerdoti
dai capelli lunghi, dai modi diretti e concreti.
Percorrendo il
giardino, dove glicini e alberi si alternano a siepi e aiuole d’erba, che
qualche ospite va a raccogliere “per gli uccelli”, non si fa fatica a ricordare
che quella zona, il Valdocco, era aperta campagna quando nella prima metà
dell’Ottocento il tutto ha avuto inizio.
Giuseppe Cottolengo
traslocava allora dalle due stanzette della casa detta della Volta Rossa,
vicino alla chiesa del Corpus Domini in cui era viceparroco e dove aveva
conosciuto una realtà fatta di povertà, stenti, emarginazione di tanti
piemontesi alle prese con una situazione sociale peggiore di quella degli
extracomunitari odierni.
Se allora l’emergenza
era legata alla malattia e alle cure sanitarie inesistenti per i meno abbienti,
successivamente tra quelle mura si inizia a combattere altre difficoltà: la disabilità fisica e mentale, la solitudine
e l’abbandono.
Appena entrati si
viene catapultati in un percorso che vuole spiegare le esperienze sensoriali provate
da chi è autistico nei momenti di crisi: una cacofonia di suoni che si
sovrappongono e si accavallano e rendono un semplice ambiente domestico peggio
di un’officina meccanica. Ci viene spiegato che il percorso serve a mostrare
agli allievi normodotati della scuola elementare e media cosa provano in certi
momenti i loro numerosi compagni autistici.
Nel padiglione
detto degli “Angeli custodi” ci sono
disabili, inseriti nella struttura per l’impossibilità delle famiglie di
occuparsi di loro quando erano bambini, ormai invecchiati ma con gli stessi atteggiamenti di allora. Il down anziano, che
incuriosito ci viene a vedere, tiene in mano un coniglio di pezza a cui succhia di tanto in tanto le orecchie. La
suora lo tratta con affetto e ci spiega l’utilità dei loro laboratori di
motricità fine finalizzati a mantenere la mobilità degli arti superiori
necessaria all’autonomia delle persone nella cura di se stesse nelle attività
quotidiane.
Ormai nei
padiglioni non vivono più disabili giovani, che ospiti in comunità e centri
diurni frequentano come esterni i
laboratori, la piscina e la palestra, ma permangono le persone con disabilità
fisiche gravi, presenti nella struttura da più di cinquant’anni .
Ovunque un clima di
serenità e di amicizia tra
religiosi, volontari e ospiti trattati con un rispetto e calore,
senza che venga intaccata la loro dignità o venga fatto pesare ciò che si fa
per loro. Colpiscono l’organizzazione professionale, lo scopo chiaro e mirato
delle attività, sia pratiche sia legate alla socializzazione, come ci spiega la
suora giovane incaricata esclusivamente di dialogare con gli anziani della casa
di riposo.
Il percorso
termina nella chiesa con una sosta nella cappella dove è sepolto il santo;
sorprendente ma condiviso è il senso di pace che si prova in quel luogo dove
c’è chi è stato il motore pulsante di tutto ciò che gli ruota attorno… o forse
lo è ancora.
venerdì 19 aprile 2013
MIO FIGLIO E' AUTISTICO (Libro)
Quello che segue è un estratto di una scheda che ho preparato per "lanciare" il libro "Mio figlio è autistico", libro che spero (soprattutto) si riveli utile. So che molti hanno già letto questa premessa ma, chiaramente, mi rivolgo a chi non l'avesse ancora avuta. Grazie.
Esce
“Mio figlio è autistico” (Vannini Editrice),
un libro che spero possa contribuire, in particolare, ad allargare la
conoscenza di un settore, quello legato alle
strutture residenziali che ospitano soggetti autistici, non di rado poco
noto non solo al grande pubblico ma persino agli addetti ai lavori.
In esso racconto
la mia esperienza di padre di un soggetto autistico inserito in una comunità, i
limiti della quale – pur appartenenti a uno standard ahimè molto diffuso sul
territorio nazionale - non sono soltanto segnalati nel loro quotidiano
manifestarsi, ma affrontati (spero) criticamente attraverso analisi e proposte
che vogliono essere, il più possibile, aperte e costruttive. Non si tratta
sicuramente di un saggio e tuttavia non mancano i temi affrontati utilizzando
anche questa chiave di lettura.
Tecnici, Studiosi
e Appassionati tra i più autorevoli, in Italia, nel campo dell’autismo, hanno
scelto pubblicamente di appoggiare questo sforzo, consapevoli – quanto me –
dell’importanza di avviare una riflessione e un confronto urgenti intorno a
problematiche che non di rado sono colpevolmente “dimenticate”.
Questa,
e solo questa, è l’ambizione di “Mio
figlio è autistico”.
Mi sia consentita un’ultima
amichevole considerazione. Credo che nessuna delle persone che mi conosce potrà
stupirsi se rivelo di non disporre di alcuno sponsor in grado di consentirmi
l’accesso a spazi di forte impatto mediatico. Per tale ragione, con molta
umiltà e con una modalità che non fatico a riconoscere come assai poco
convenzionale, mi rivolgo a te affinché ti renda – se possibile – promotore/promotrice
diretto/a di una promozione la cui ricaduta riguarderà non certo la mia
modestissima persona bensì i nostri figli e i loro diritti calpestati.
Se
troverai interessante questo libro raccomandalo, allora, ad amici e conoscenti,
utilizzando tutti i tuoi contatti, magari attraverso E_mail, Facebook, Twitter…
Utilizza il telefono… Utilizza ogni possibilità e opportunità che ti verranno
in mente… E “soprattutto” raccomanda agli altri di fare quello che hai appena fatto!
Il
libro è regolarmente in vendita ed è disponibile
anche nello “store” di Vannini Editrice (www.vanninieditrice.it Sezione Scientifica, nonché, ATTENZIONE, all'indirizzo Facebook https://www.facebook.com/VanniniEditoriaScientifica?fref=ts dove si può avere - fino al 30 aprile - con un uno sconto speciale del 30% sul prezzo di copertina).
Qualora
(ipotesi tutt’altro che da escludere)
non lo trovassi in libreria è facile ordinarlo in loco o on-line, senza
costi aggiuntivi, e averlo a disposizione in circa tre giorni. E’ bene ricordare
che la Vannini ,
pur essendo - come molti sanno - una tra le case editrici più apprezzate in
ambito nazionale nel settore della disabilità e dell’autismo in particolare,
resta (a mio parere e lo dico con grande
rispetto) un editore di nicchia e tu certo non hai bisogno che io ricordi
quanto le vetrine delle librerie delle nostre città abbondino di testi
“vespiani” (e non solo) ma, in compenso, difettino di autori e case editrici
che provano a scrivere, diciamo così, “d’altro”.
Do
fin d’ora la mia disponibilità a partecipare a eventuali occasioni pubbliche di
presentazione (convegni, scuole, altro). Resta chiaro che i diritti d’autore
sono tutti devoluti in beneficenza: scoprirai a chi.
Grazie
molte dell’attenzione: Gianfranco Vitale
mercoledì 17 aprile 2013
Obbligato a vivere
Sul New Work Times è stata pubblicata la testimonianza di un prigioniero in cella da 11 anni a Guantanamo, "obbligato a vivere", come egli stesso scrive. Credo che sarebbe dovere di tutti riflettere "anche" su storie come queste, a torto (troppe volte) dimenticate.
Qui c'è un uomo che pesa 35 chilogrammi. Un altro 44. L'ultima volta io pesavo 60 chilogrammi, ma era un mese fa. Sono in sciopero della fame dal 10 febbraio e ho perso oltre 13 chili.
Non mangerò finché non mi restituiranno la dignità. Sono stato rinchiuso a Guantanamo per 11 anni e tre mesi. Non mi hanno mai accusato formalmente di alcun crimine. Non ho mai avuto un processo.
Avrei potuto essere a casa anni fa - nessuno pensa seriamente che io sia una minaccia - ma sono ancora qua. Anni fa i militari dissero che ero una guardia di Osama bin Laden, ma è un'accusa senza senso, come quelle storie dei film americani che guardavo un tempo. Neanche i militari sembrano crederci più. Ma allo stesso tempo non sembra che gli importi quanto a lungo stia qui.
Nel 2000, quando ero a casa nello Yemen, un amico d'infanzia mi disse che in Afghanistan avrei potuto guadagnare più dei 50 dollari che tiravo su in fabbrica. Così avrei potuto aiutare la mia famiglia. Non avevo mai veramente viaggiato, e non sapevo nulla dell'Afghanistan, ma ho deciso di provare. Ho sbagliato a fidarmi di lui. Non c'era lavoro. Ma quando ho deciso di andarmene non avevo i soldi per prendere un aereo e tornare a casa.
Dopo l'invasione americana del 2001 sono fuggito in Pakistan come tutti gli altri. Mi arrestarono quando chiesi di vedere qualcuno dell'ambasciata dello Yemen, poi mi mandarono a Kandahar e mi misero sul primo aereo per Guantanamo.
Lo scorso mese, il 15 marzo, ero malato nell'ospedale della prigione e mi sono rifiutato di essere alimentato. Una squadra dell'Erf (Extreme Reaction Force, squadre speciali addestrate per rispondere alle situazioni di emergenza nelle carceri) - otto agenti di polizia militare in tenuta antisommossa - hanno fatto irruzione. Mi hanno legato mani e piedi al letto e mi hanno inserito a forza una flebo. Ho passato 26 ore in questo stato, legato al letto. Durante tutto questo tempo non mi hanno permesso di andare al gabinetto: mi hanno inserito un catetere, che era molto doloroso, degradante e non necessario. Non mi hanno neanche permesso di pregare. Non dimenticherò mai la prima volta in cui mi infilarono nel naso il sondino per nutrirmi. Non posso descrivere quanto sia doloroso essere nutrito così. Appena me lo infilarono mi fece vomitare. Avevo i conati, ma non riuscivo a vomitare. Sentivo un dolore incredibile nel petto, in gola e allo stomaco. Non avevo mai provato tanto dolore prima. Non augurerei questa punizione così crudele a nessuno. Sono ancora in regime di alimentazione forzata. Due volte al giorno mi legano a una sedia nella mia cella. Non so mai quando arriveranno. A volte vengono durante la notte, quando sto dormendo.
Ci sono così tanti di noi in sciopero della fame, ora, che non ci sono abbastanza medici in grado di effettuare l'alimentazione forzata. Non succede nulla a intervalli regolari. Nutrono prigionieri tutto il giorno solo per riuscire a stare al passo. Durante un'alimentazione forzata l'infermiera ha spinto il tubo di circa 18 centimetri nel mio stomaco, facendomi male più del solito, perché era di fretta. Ho chiamato l'interprete per chiedere al medico se la procedura era stata svolta correttamente o meno. Era così doloroso che ho pregato che smettessero di nutrirmi. L'infermiera ha rifiutato. Mentre stavano completando l'operazione un po' di "cibo" è caduto sui miei vestiti. Ho chiesto di poterli cambiare, ma la guardia si è rifiutata di lasciarmi quest'ultimo brandello di dignità. Quando vengono a legarmi alla sedia, se mi rifiuto di essere legato, chiamano la squadra Erf. Così ho una scelta: posso esercitare il mio diritto di protestare per la mia detenzione, e essere picchiato, o posso sottomettermi al doloroso trattamento di alimentazione forzata.
L'unica ragione per cui sono ancora qui è che il presidente Obama si rifiuta di rimandare in Yemen i detenuti. Questo non ha senso. Sono un essere umano, non un passaporto, e merito di essere trattato come tale. Non voglio morire qui, ma fino a quando il presidente Obama e il presidente dello Yemen non faranno qualcosa, questo è quello che rischio ogni giorno. Dov'è il mio governo? Mi sottoporrò a qualsiasi "misura di sicurezza" per tornare a casa, anche se sono del tutto inutili.
Sono pronto a fare tutto ciò che serve per essere libero. Ora ho 35 anni. Tutto quello che voglio è rivedere la mia famiglia e farne una tutta mia.
La situazione ora è disperata. Tutti i detenuti stanno soffrendo profondamente. Almeno 40 persone sono in sciopero della fame. Svengono per lo sfinimento ogni giorno. Io ho vomitato sangue. E non vediamo la fine della nostra prigionia. Rifiutare il cibo e rischiare la vita ogni giorno è la scelta che abbiamo fatto.
Spero solo che, per il dolore che stiamo patendo, gli occhi del mondo guarderanno di nuovo verso Guantanamo prima che sia troppo tardi.
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Qui c'è un uomo che pesa 35 chilogrammi. Un altro 44. L'ultima volta io pesavo 60 chilogrammi, ma era un mese fa. Sono in sciopero della fame dal 10 febbraio e ho perso oltre 13 chili.
Non mangerò finché non mi restituiranno la dignità. Sono stato rinchiuso a Guantanamo per 11 anni e tre mesi. Non mi hanno mai accusato formalmente di alcun crimine. Non ho mai avuto un processo.
Avrei potuto essere a casa anni fa - nessuno pensa seriamente che io sia una minaccia - ma sono ancora qua. Anni fa i militari dissero che ero una guardia di Osama bin Laden, ma è un'accusa senza senso, come quelle storie dei film americani che guardavo un tempo. Neanche i militari sembrano crederci più. Ma allo stesso tempo non sembra che gli importi quanto a lungo stia qui.
Nel 2000, quando ero a casa nello Yemen, un amico d'infanzia mi disse che in Afghanistan avrei potuto guadagnare più dei 50 dollari che tiravo su in fabbrica. Così avrei potuto aiutare la mia famiglia. Non avevo mai veramente viaggiato, e non sapevo nulla dell'Afghanistan, ma ho deciso di provare. Ho sbagliato a fidarmi di lui. Non c'era lavoro. Ma quando ho deciso di andarmene non avevo i soldi per prendere un aereo e tornare a casa.
Dopo l'invasione americana del 2001 sono fuggito in Pakistan come tutti gli altri. Mi arrestarono quando chiesi di vedere qualcuno dell'ambasciata dello Yemen, poi mi mandarono a Kandahar e mi misero sul primo aereo per Guantanamo.
Lo scorso mese, il 15 marzo, ero malato nell'ospedale della prigione e mi sono rifiutato di essere alimentato. Una squadra dell'Erf (Extreme Reaction Force, squadre speciali addestrate per rispondere alle situazioni di emergenza nelle carceri) - otto agenti di polizia militare in tenuta antisommossa - hanno fatto irruzione. Mi hanno legato mani e piedi al letto e mi hanno inserito a forza una flebo. Ho passato 26 ore in questo stato, legato al letto. Durante tutto questo tempo non mi hanno permesso di andare al gabinetto: mi hanno inserito un catetere, che era molto doloroso, degradante e non necessario. Non mi hanno neanche permesso di pregare. Non dimenticherò mai la prima volta in cui mi infilarono nel naso il sondino per nutrirmi. Non posso descrivere quanto sia doloroso essere nutrito così. Appena me lo infilarono mi fece vomitare. Avevo i conati, ma non riuscivo a vomitare. Sentivo un dolore incredibile nel petto, in gola e allo stomaco. Non avevo mai provato tanto dolore prima. Non augurerei questa punizione così crudele a nessuno. Sono ancora in regime di alimentazione forzata. Due volte al giorno mi legano a una sedia nella mia cella. Non so mai quando arriveranno. A volte vengono durante la notte, quando sto dormendo.
Ci sono così tanti di noi in sciopero della fame, ora, che non ci sono abbastanza medici in grado di effettuare l'alimentazione forzata. Non succede nulla a intervalli regolari. Nutrono prigionieri tutto il giorno solo per riuscire a stare al passo. Durante un'alimentazione forzata l'infermiera ha spinto il tubo di circa 18 centimetri nel mio stomaco, facendomi male più del solito, perché era di fretta. Ho chiamato l'interprete per chiedere al medico se la procedura era stata svolta correttamente o meno. Era così doloroso che ho pregato che smettessero di nutrirmi. L'infermiera ha rifiutato. Mentre stavano completando l'operazione un po' di "cibo" è caduto sui miei vestiti. Ho chiesto di poterli cambiare, ma la guardia si è rifiutata di lasciarmi quest'ultimo brandello di dignità. Quando vengono a legarmi alla sedia, se mi rifiuto di essere legato, chiamano la squadra Erf. Così ho una scelta: posso esercitare il mio diritto di protestare per la mia detenzione, e essere picchiato, o posso sottomettermi al doloroso trattamento di alimentazione forzata.
L'unica ragione per cui sono ancora qui è che il presidente Obama si rifiuta di rimandare in Yemen i detenuti. Questo non ha senso. Sono un essere umano, non un passaporto, e merito di essere trattato come tale. Non voglio morire qui, ma fino a quando il presidente Obama e il presidente dello Yemen non faranno qualcosa, questo è quello che rischio ogni giorno. Dov'è il mio governo? Mi sottoporrò a qualsiasi "misura di sicurezza" per tornare a casa, anche se sono del tutto inutili.
Sono pronto a fare tutto ciò che serve per essere libero. Ora ho 35 anni. Tutto quello che voglio è rivedere la mia famiglia e farne una tutta mia.
La situazione ora è disperata. Tutti i detenuti stanno soffrendo profondamente. Almeno 40 persone sono in sciopero della fame. Svengono per lo sfinimento ogni giorno. Io ho vomitato sangue. E non vediamo la fine della nostra prigionia. Rifiutare il cibo e rischiare la vita ogni giorno è la scelta che abbiamo fatto.
Spero solo che, per il dolore che stiamo patendo, gli occhi del mondo guarderanno di nuovo verso Guantanamo prima che sia troppo tardi.
domenica 24 marzo 2013
Dal mondo della scuola
Ricevo e pubblico volentieri
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Ho
molto apprezzato la nuova versione del tuo blog che mi sembra ben impostato, a
partire dal titolo.
"Dalla
loro parte" rende infatti immediatamente l'idea di tutta la fragilità delle
persone indifese cui è riferito, persone che hanno più che mai bisogno che altri
si schierino dalla loro parte e li sostengano nelle difficili battaglie
quotidiane che la vita riserva loro.
Questo
blog mi ha portato a riflettere sul fatto che non sempre è sufficiente volersi
schierare dalla parte di chi è autistico: è molto importante saperlo fare e
riuscire a farlo aggirando tutti gli ostacoli che si creano lungo il percorso
che si vuole intraprendere.
Spesso
le difficoltà sono intrinseche alla natura stessa del soggetto in questione che
tende, non dico a farsi il vuoto intorno, ma sicuramente a tenere gli altri a
distanza di sicurezza, per cercare di controllare una situazione che altrimenti
gli sfuggirebbe di mano. Questo lo porta a innescare scaramucce, provocazioni,
atteggiamenti aggressivi proprio verso le persone che gli stanno più a cuore e
che si spendono in ogni modo per impostare una comunicazione costruttiva.
Senza
contare che poi all'esterno sono presenti altre difficoltà: il dialogo con le
istituzioni, le associazioni, gli esperti del settore, può essere complicato da
una disparità di vedute e dalla mancanza di confronto.
Un
percorso tutto in salita per chi vuole lavorare seriamente con l'autismo.
Questa
è la sensazione che ho maturato personalmente come insegnante e come volontaria
in una comunità di soggetti autistici, ma è anche la sensazione che ho colto
in alcuni colleghi di sostegno del mio istituto, dove molti sono gli alunni
disabili inseriti in laboratori gastronomici con ottimi risultati per la quasi
totalità dei casi, ma con alcune difficoltà proprio riguardanti i soggetti
autistici.
E
se spesso noi insegnanti possiamo rimanere demoralizzati per le difficoltà che
incontriamo, capisco tutta la drammaticità della considerazione di chi, come
te, dice che i genitori soffrono di problemi più grandi di quelli che affliggono
i loro figli, perché si sentono prigionieri di una soggezione culturale che li
spinge a delegare anziché proporre soluzioni ai tecnici che se ne occupano.
E' questa una considerazione che deve farci molto riflettere e che vorrei condivider con
altri sul blog.
Adelaide
lunedì 11 febbraio 2013
Scrive Nicola
Pubblico integralmente la testimonianza che mi è appena arrivata da Nicola, una delle persone più care e straordinarie che ho avuto la fortuna di conoscere nella mia vita. Nicola (mi perdoni se rivelo che sei uno degli ultimi comunisti che ci sono rimasti?) è un trapiantato di fegato: quella che state per leggere è una lettera inedita che racconta di ciò che è stato, come dice lui, l'incontro - in quei terribili momenti - con la morte.
Sono lieto di concedergli questo spazio, coerentemente con la promessa che avevo fatto di rendere tutti, in prima persona, protagonisti un piccolo blog come "dallaloroparte". Ti sono molto grato, Nicola, del regalo che mi hai fatto.
La Signora continuava ad ascoltarmi incredula,
fissandomi dritto negli occhi e incuriosita dalle parole che stavo
affastellando confusamente, annuì, si sedette ai piedi del mio letto ad
ascoltarmi, restando silenziosa. Come se il mio essere che non voleva morire
stesse scorrendo in un lungo sogno, incominciai ad esprimergli tutto ciò che
avevo dentro; il mio disappunto e rammarico nel dover morire proprio adesso che
finalmente avevo trovato un posto di lavoro sicuro e la mia vita sembrava
avesse ripreso a scorrere nel verso giusto.
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Sono lieto di concedergli questo spazio, coerentemente con la promessa che avevo fatto di rendere tutti, in prima persona, protagonisti un piccolo blog come "dallaloroparte". Ti sono molto grato, Nicola, del regalo che mi hai fatto.
Quando la signora
Solo quando
don Primo uscì dalla mia camera, dopo avere unto il mio corpo con l’olio santo
ed affidato con la preghiera la mia esile vita nelle mani del buon Dio, la Signora si decise a venir
fuori dal suo angolo.
L’avevo già
adocchiata, quando gli infermieri stavano mettendo a letto il mio povero corpo
ormai provato. Alta, magra, spettrale. Avvolta nel suo nero mantello, emanava
una luce sinistra da quell’angolo della stanza d’ospedale, dove se ne stava
ritta, semi nascosta, con le mani strette al lungo manico della sua
impressionante falce, ad aspettare il suo turno. S’avvicinò al mio letto, e con
un gesto oscillante della mano sinistra semichiusa, con il palmo rivolto verso
il basso e attraverso un cenno di capo, mi fece intendere ch’era giunto per me,
il momento di seguirla.
Un lungo
brivido freddo mi corse nelle ossa raggelandomi il sangue nelle vene.
Seppur
spaventato dalle macabre intenzioni dell’avvolgente figura non mi lasciai
intimorire, e con la calma del disperato che non vuole soccombere e quel fil di
voce tremolante che ancora mi restava in gola, gli feci intendere che non
potevo ancora seguirla nel mio ultimo viaggio.
Gli spiegai
che avevo lasciato troppe cose incompiute quaggiù, in vita, e non potevo
lasciarle a metà. Dovevo ancora dare un tetto sicuro alla mia famigliola, e non
potevo lasciarla senza dargli una sistemazione e un po’ di sicurezza per il
loro futuro.
Gli parlai
anche delle tante cose che mi venivano in mente e che su questa terra non
vanno: la sofferenza, l’ingiustizia sociale, la fame, la miseria, le guerre, e
di tante altre brutte cose che hanno un’unica origine: LO SFRUTTAMENTO
INDISCRIMINATO DELL’UOMO POTENTE SULL’UOMO E SULLA NATURA.
Per più di
quindici anni avevo tribolato, subendo non solo offese e derisioni…
Dopo la
cassa integrazione ed il licenziamento della Fiat, molti erano riusciti a
trovare un altro impiego, io invece, senza santi in paradiso a proteggermi, non
riuscivo a trovare nemmeno uno straccio di lavoro. Con il numero alto che avevo
sul tesserino di disoccupazione, nemmeno alle chiamate pubbliche del
collocamento riuscivo a trovare un benché misero impiego. Non sapevo più dove
andare sbattere la testa durante quelle giornate che passavano velocemente,
trovandomi alla sera sempre più stanco e demoralizzato. Ero costretto a
stringere i denti ed andare avanti reprimendo tantissime volte la rabbia che
accumulavo dentro ed a scacciare i cattivi pensieri che durante quelle
maledette giornate trascorse inutilmente, martellavano la mia mente. Tante
volte, stanco nel vagare, entravo in chiesa; pur essendo scettico, nella
disperazione, mi attaccavo anche al Padreterno, affinché trovassi lavoro, ma
entravo in chiesa soprattutto per trovare in po’ di quella pace interiore che ormai
avevo smarrito da un sacco di tempo. Morire proprio ora che stavo
risollevando economicamente la mia famiglia ed iniziando a rilassarmi e tornare
a sorridere, lo trovavo molto penalizzante da parte della sfortuna che sembrava
accanirsi contro di me.
Morire così,
senza aver fatto qualcosa di buono e di utile per gli altri, durante la mia
esistenza, voleva dire di essere transitato inutilmente su questa martoriata
Terra. Il saper di aver lasciato almeno una “piccola traccia positiva” della
mia umile esistenza, penso che sia già soddisfacente, per chi, come noi del
popolino, è costretto ad un vita fatta di tanti sacrifici e solo di qualche
piccola soddisfazione. Perciò, non potevo e non dovevo morire proprio ora!
Seppur
esausto, ero ben disposto a non mollare, a parlare anche di tante altre cose,
pur di temporeggiare, pur di convincere la Signora a non avvolgermi nel suo tetro manto nero
e portarmi via. D’improvviso, senza profferir parola, mentre andavo a ruota
libera con le mie chiacchiere, la
Signora si alzò, togliendomi la parola e il respiro. Con il
suo manto semi aperto, come due ali nere, restò ferma, ritta nella sua
gigantesca figura ad osservarmi dubbiosa e, dopo un’ ultimo, lungo sguardo,
frammisto di pietà e commiserazione, girò le sue larghe ed ossute spalle e
oltrepassando l’uscio della stanza, si incamminò con il suo incedere
malinconico e ciondolante, nel lungo corridoio dell’ospedale senza più
voltarsi. Con il fiato sospeso la seguii con lo sguardo finché non girò
l’angolo, sparendo dalla mia vista. Solo allora, finalmente, tirai un sospiro
di sollievo. Lentamente i miei occhi iniziarono a chiudersi e ad assaporare il
dolce riposo che solo la santa pace ed una lunga dormita ti sanno dare.
Mi auguro
che quando la morte tornerà a prendermi per davvero, troverà di me soltanto un
mucchietto di ossa striminzite, perché nel frattempo, voglio consumare tutto me
stesso nel vivere intensamente il resto dei miei giorni. E se mai mi sarà
concesso, vorrei porre un fiore sulla tomba di quella grande persona, che il 22
luglio 2004, donandomi l’organo, mi ha dato la possibilità di continuare a
vivere.
Per intanto,
arrivederci Signora...
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